perché ti penso in un buio che m'incastra
giacché vedo dentro un nero che mi orba
che non sarò la medaglia del rispetto
ma solo un'ombra che la notte torna a casa.
Il nulla che precede l’ispirazione è l’ispirazione che la produce
Fermo è il tempo nel volo dell’addio, mentre tuona il brillore dei tuoi fiori straniti e sul foglio migriamo per non seccare. Nel dipinto di aprile, in un cascare ascensionale contro tutto il vostro mondo che non è carta. Il ritorno che plana nel raggiare eterno di un ciao. Ciglia d’inchiostro e rosati papiri di pelle, rotonde lettere di te, al crepuscolo, in riva al nero oceano del non detto, dopo ogni cosa che sarà, con un sorriso che danna i salvati.
Riuscissi ancora a sporcarti, non sarei così sporco. Riuscissi a rigarti di nuovo, non vedrei il già fatto nel fare, il detto nel dire. Se ora ti bagnassi con schizzi di alchimia, non sarei un uovo senza giallo, un antro senza buco, un occhio senza corpo. Se ti sferzassi con la frusta di sensi orientali, se non ci fossi più, se ci fossi così com’eri, se ti potessi appallottolare per crearti dentro il rosso di una notte che non voglio; se volassi sopra di te verso un domani che esiste, se ci fossi, foglio da violare, come c’eri, io scriverei ancora il sempre scritto, di non poterti scrivere più.
Non ci basta essere quello che non siamo per esserlo. Il nero ci sprofonda più dei nostri ripensamenti: luce non corteggia prediche. Il gorgo che ci travolge è più assillante di un basso che scandisce le tenebre. La prigione è uno stato, come la libertà. I vostri muri non fanno lo spazio. I vostri concetti non fanno tempo. La nenia che perfora trascende le sospensioni degli affetti e gli alibi del prossimo si afflosciano marroni in una terra che non anticipa primizie.
Non ci basta essere quello che non siamo per esserlo.
(Fotografia di Davide Pinna)Un clic, e il buio … in fondo a occhi che non vedo
tra la liquida ressa degli spettri, fra chiome d’altre vite
entro pozzi d’azzurro svaniti. Un clic e, dopo, il buio
ora che crollo riflesso su sogno e penetro dove non so
nel limbo di Nondetto, in ogni forma d’ardimento
in paure che anticipano aurore, nei baratri che ci saranno
nelle voglie che non so, per fermarti come sei,
prima dei vermi finali. Con un bacio che non c’è.
Il liquido autunno smacchia il cielo di luce guidando i cuori nel focolare del tedio dove rimbalza, tra ombre e scintille, l’insensato indugiare del mio corpo. Le nuvole umettano l’anima che scroscia nel silenzio. Dalla terra le madri profumano di fiori, stramazzati di marrone, nel letto di dolcezza. In una goccia sul vetro rosato difendo la lusinga del ritorno.
(E così vai via, opera di Paolo Caddeo)In quel vuoto che non dico
le verdi biglie dell’età salassano l’attimo
nel gelido calice di un’ansia immota
da cui affranta rovina l’inerte verga dell’estro.
Nel ricordo di cose indescrivibili non danza più alcuna Musa
giacché ho arrestato l’ingordigia di Crono quel giorno
freddando il cuore fino all’alba
dell’impossibile che sei.
… in lavacri di stille disgrego
di carne irrelata radure
fidando che Oniro
di foglio rivolti l’urano
finché, all’ultimo sguardo,
di marmo saremo ogni libro.